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I PROVERBI CALABRESI DALLA A ALLA ZETA
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CONTIENE 900 PROVERBI

INVITO ALLO STUDIO DEI PROVERBI CALABRESI

Il proverbio è un breve detto di origine popolare che contiene massime, norme, consigli tratti dall'esperienza.

Nun fari tuttu chiru chi po', nun spenniri tuttu chiru chi teni. nun cridiri tuttu chiru chi vò, nun diri tuttu chiru chi sà.

Non fare tutto quello che puoi, non spendere tutto quello che hai, non credere tutto quello che vuoi, non dire tutto quello che sai.

La sua destinazione è essenzialmente orale benché costituisca anche un genere letterario presente nella tradizione come illustrano gli esempi dei PROVERBI della Bibbia o delle OPERE E GIORNI di Esiodo.

Solitamente possiede una struttura ritmica. Utilizza, infatti, rime, assonanze, allitterazioni, giochi di parole e altri procedimenti che ne aiutano la memorizzazione. E' costruito, quindi, per essere tenuto a mente e recitato immediatamente all'occorrenza.

‘A fera o ‘a feri o ti fera. La fiera o la ferisci o ti ferisce.

‘A serva ‘unn'escia mai sarva. La serva non esce mai salva.

Il proverbio generalmente riporta una verità o, meglio, quello che una comunità reputa tale. Si dice, per questo, che i proverbi sono frutto della saggezza popolare anche se secondo alcuni costituiscono piuttosto la versione codificata di luoghi comuni.

Talvolta contengono metafore o similitudini tratte da usi, costumi, leggende del popolo nella cui lingua o dialetto è nato il proverbio. Molti proverbi sono comuni a più lingue o a dialetti diversi. Oltre che repertorio di luoghi comuni essi sono spesso, perciò, comuni a tutti i luoghi.

In qualunque caso rappresentano un lembo di un'eredità culturale da preservare, visto che ci lasciano non solo una traccia di epoche passate ma, nel loro insieme, condensano anche un patrimonio lessicale. In particolare questo vale per i proverbi scritti in vernacolo.

E' questa la consapevolezza che ha mosso ad esempio Giuseppe Barberio, autore nel 2000 del prezioso volumetto intitolato CRUCUDDRU BEDDRU PAJISU NOSTU che è una raccolta di proverbi ma anche di detti, motti e aforismi in dialetto crucolese.

Nella presentazione dell'opera, Francesco Ciccopiedi scriveva tra l'altro: " Questo lavoro penso possa essere considerato anche una grande sollecitazione per chiunque altro volesse, in futuro, cimentarsi nella ricerca e nello studio dell'antica cultura crucolese perché potrà trovare in questa raccolta di proverbi sicuramente una significativa fonte alla quale attingere ".

Effettivamente la ricerca di Barberio è imprescindibile per ricostruire il corpus dei proverbi crucolesi e chi scrive se ne confessa in parte debitore. Si mutua qui anche il criterio dell'elencazione alfabetica sia perché la più immediata sia perché consente la varietà dell'esposizione che passa da un argomento all'altro senza tedio.

Un deciso elemento di distinzione è costituito dalla traduzione che varia in funzione della diversa formazione e sensibilità personale.

Rendere in italiano il significato degli antichi proverbi in dialetto, i dittati 'e na vota , è complicato salvo che non si adotti, come traduzione, l'equivalente proverbio in lingua, quando c'è.

Talora la differenza afferisce alla formulazione originaria del proverbio che dall'autore di queste righe è riportato secondo la lezione appresa personalmente e proprio la differenza di risultati rivela appieno l'utilità del confronto con l'opera precedente.

Una minima variante lessicale nell'originale o una sua differente interpretazione conferiscono al detto un significato diverso. Ciò è determinante nei casi in cui il vocabolo dialettale corrisponde a più vocaboli in lingua.

Come nel caso dell'aggettivo lentu che significa sia lento/svogliato sia magro/patito.

Così, ad esempio, il proverbio “‘A scrufa lenta ara gghjanna si sonna” , tradotto da Barberio “La scrofa lenta alla ghianda sogna” qui è tradotto La scrofa patita sogna di essere alla ghiandaia”.

Viceversa il detto “ A cavaddru lentu Diju li manna muschi” reso da Barberio con “A cavallo magro Dio gli manda mosche” qui è tradotto “A cavallo svogliato Dio gli manda mosche”.

Anche quando il vocabolo ha un solo significato le opzioni interpretative possono essere diverse.

Così “ Erràmi voji spaturnati majisi ” qui è tradotto Buoi vaganti maggesi a soqquadro” mentre Barberio preferisce “Buoi deboli spregiati maggesi”.

Una certa ambiguità possiedono anche i verbi oltre agli aggettivi.

, voce del verbo volìri (volere, occorrere), per esempio, corrisponde sia a vuoi (seconda persona singolare) sia a vuole (terza persona singolare) e quindi, in quest'ultimo caso, a seconda del contesto, significherà vuole oppure ci vuole ossia occorre.

Ne risulta l'ambiguità del proverbio ‘U pignataru minta'r'u manicu ddruvu vò che può tradursi “Il vasaio mette l'ansa dove vuole” oppure “Il vasaio mette l'ansa dove occorre”.

La variazione di senso è evidente: nel primo caso chi fabbrica la pignatta metterà l'ansa a suo capriccio, nel secondo la metterà dove è necessario. A favore della prima possibilità depone la tradizione orale. L'osservazione consente di affermare che, effettivamente, l'ambivalenza appartiene al testo scritto mentre chi usa il proverbio gli attribuisce, per lo più, senza incertezze un significato univoco.

Le difficoltà di sistematizzazione aumentano ove si consideri che, spesso, i proverbi sono tra di loro contradditori.

Si dice:

‘A gaddrina si spinna quannu è viva, ca quannu è morta si spinna sula. La gallina va spennata quando è viva: da morta si spenna da sé

ma si dice pure:

‘A gaddrina si spinna doppu morta La gallina si spenna dopo che è morta.

Altro esempio:

‘A megghja parola è chira c'un nescia. La migliore parola è quella che non esce

‘U taciri è virtù: viatu a chini si'n'ni serva. Il tacere è virtù: beato chi se ne serve.

ma anche

Chini sta cittu tena tortu. Chi sta zitto ha torto.

E così pure

I parenti sunu i denti. I parenti sono i denti.

ma

I parenti sù comu i scarpi stritti. I parenti sono come le scarpe strette.

Di toji arrassa quantu poji. Dai tuoi allontanati quanto puoi.

I responsi della Sibilla erano aperti a più letture presi singolarmente mentre i proverbi riguardanti un determinato argomento, nel loro insieme, sono sibillini. Ciascuno può rinvenirvi l'ammaestramento che più gli acconcia.

Su alcuni temi, però, i proverbi non lasciano spazi ad incertezze, almeno a stare al dato quantitativo.

Sull'amicizia, per esempio, la saggezza popolare, quella crucolese quantomeno, è ben distante dal detto in lingua Chi trova un amico trova un tesoro malgrado si riscontri anche l'equivalente:

È megghju centu amici e no centu ducati. Meglio cento amici che cento ducati.

Basti leggere il florilegio che segue:

‘A carna minta carna, ‘u vinu minta sangu, l'amicizza minta corni. La carne mette carne, il vino mette sangue, l'amicizia mette corna.

‘A cumpagnia fà l'omu latru. La compagnia fa l'uomo ladro.

‘A cumpagnia ‘un'n'è bona mancu aru lettu. La compagnia non va bene manco a letto.

Amicu ‘ccu tutti intimu ‘ccu nessunu. Amico di tutti intimo di nessuno.

Amicu ‘un ti fidari ‘e l'atru amicu: vena'r'u jurnu ca ti lu fai nimicu e'r'i segreti toji ti caccia fora.

Amico non ti fidare dell'altro amico: viene il giorno che ti diventa nemico e i tuoi segreti rivela.

I megghj amici i megghj curteddrati. I migliori amici le migliori coltellate.

Chi, nonostante gli ammonimenti, non potesse fare a meno degli amici tenga almeno presente che

Si vò ca l'amicizza si mantena nu panaru va e l'atru vena.

Se vuoi che l'amicizia si mantiene un paniere va e l'altro viene.

Sui figli altrettanta durezza.

Addreva figghj, addreva porci. A lleva figli, alleva porci.

Chi ‘ppè figghji s'arramazza pozza moriri sutta na mazza. Chi pei figli s'arrabatta possa morire sotto una mazza.

Caustici sono anche i proverbi sulla donna intesa essenzialmente come moglie o figlia femmina mentre la mamma non si tocca: segno che anche la produzione dei proverbi era quasi monopolio maschile. E dunque:

‘A fimmina quannu arriva'r'a quinnici anni o ‘a mariti o ‘a scanni. La donna quando arriva ai quindici anni o la mariti o la scanni.

Figghj fimmini mancu a trippi ‘e animalu. Figlie femmine nemmeno in pasto agli animali.

Per qualche proverbio favorevole come:

‘A casa senza ‘a fimmina è ‘na lampa senza lucia. La casa senza la donna è una lampada senza lume

la maggioranza è di senso decisamente opposto. Della donna è bene diffidare perché, si sa, è più insidiosa del diavolo:

‘A fimmina à misu ‘u diavulu ‘ntu gummulu e l'omu ara crucia. La donna ha messo il diavolo nell'otre e l'uomo in croce.

‘A fimmina è com'a tigra: comu li giri i spaddri ti junta ‘ncoddru. La donna è come la tigre: appena le giri le spalle ti salta addosso.

Perciò appare ovvio che il maschio corra ai ripari amorevolmente:

I palati di mariti sù passuli e fichi. Le botte dei mariti sono uvetta e fichi.

Essendo certa la sua superiorità perché

‘A fimmina tena'r'i capiddri longhi e'r'u sentimentu curtu. La donna ha i capelli lunghi e il cervello corto

ne deriva indiscutibilmente che

‘Nta casa è de cuntari ‘u gaddru e no a gaddrina. In casa deve contare il gallo non la gallina.

E in conclusione:

L'ominu è comu ‘a pensa ‘a fimmina è comu ‘a conzi. L'uomo è come la pensa la donna è come la sistemi.

La donna è pericolosa anche quando si presenta sorridente:

L'albiru chi strida e'r'a donna chi rira malu signu è. L'albero che stride e la donna che ride cattivo segno è.

Però quando è bella è bella:

‘A fimmina quannu è beddra ‘e natura cchjù sciocculiddra và, cchjù beddra para.

La donna, quando è bella di natura, più disadorna va più bella pare.

Naturalmente la specie peggiore del genere femminile è la suocera:

‘A socira è comu na vipira ‘ntu pettu. La suocera è come una vipera nel petto.

‘A socira ‘un'n'è bona mancu ‘e crita, mancu aru facularu.

La suocera non è buona nemmeno di creta nemmeno al focolare.

Ma si sbaglierebbe a definire misogina la società crucolese o a ritenerla contraria all'amicizia o ai figli. I proverbi di tutti i paesi sono creati per lo più per stigmatizzare e mettere in guardia e in essi prevale il gusto per la frase a effetto, mordace e sferzante.

D'altra parte l'opinione negativa sulle donne è ricambiata:

Mariti, serpi ‘e canniti, amili comu amici e spagnatinni comu nimici. Mariti serpi dei canneti, amali come amici e temili come nemici.

Si monica ti fai lu ‘mbernu attizzi si ti mariti lu ‘mbernu abbrazzi. Se ti fai monaca ‘inferno lo attizzi se ti sposi l'inferno lo abbracci.

Forse il minor numero di proverbi contrari al sesso maschile si spiega con la consapevolezza che tuttavia un marito pur che sia conviene tenerselo dato che

‘Nu Diju e ‘nu maritu ‘un t'abbannuna maj. Un Dio ed un marito non ti abbandona mai.

Anzi bisogna affrettarsi a goderselo il marito perché

Passata ‘a quarantina l'ominu lassi'r'a fimmina e va'r'aru vinu. Passata la quarantina l'uomo lascia la donna e va al vino.

Dal momento che la sola condizione invidiabile, e cioè essere

Ricca e maritata senza socira e canata. Ricca e maritata senza suocera e cognata,

è anche difficilmente realizzabile forse conviene a tutti rassegnarsi:

‘U megghju ca vò fari statti schettu e ‘un ti ‘nzurari. Il meglio che puoi fare resta single e non ti sposare.

Penso che nessuno possa seriamente ritenere quanto precede prodotto di saggezza popolare: esso attesta piuttosto che la competizione anche verbale tra i sessi ha sempre contraddistinto la cultura popolare e che è più facile l'affermarsi della battuta pungente, aguzza o addirittura salace.

Non si spiega altrimenti la prevenzione contro chi è più basso della media:

Ominu quantu ‘nu griddru centu migghji arrassu ‘e iddru. Uomo grande come un grillo cento miglia lontano da lui.

Ominu vasciu malandrinu a forza. Uomo basso per forza malandrino.

O quella contro i medici (per quanto… !):

‘U medicu studìa e'r'u malatu si'n'ni va. Il medico studia e il malato se ne va.

‘U medicu t'ammazza e nun ti paga. Il medico ti ammazza e non ti paga.

Ni sa cchjù ‘u malatu ca ‘u medicu. Ne sa più il malato del medico.

Anche se abbondano i proverbi contenenti consigli giudiziosi formulati con frasi pacate e pregevoli dal punto di vista formale, sembra di poter dire che più il giudizio è appuntito, più la frase è acuminata e più il proverbio consegue il proprio scopo che è restare impresso.

Anzi i detti più sboccati e sconci sono spesso quelli più efficaci e gustosi:

A cacareddra ‘un ci vò culu strittu. Per la diarrea non serve il culo stretto.

‘A gaddrina fa l'ovu e aru gaddru li jusca'r'u culu. La gallina depone l'uovo ed al gallo gli brucia il culo.

A'n'nu parmu du culu miu, ‘mbrogghja chi vò. Ad un palmo dal culo mio, imbrogli chi vuole.

Chini si curca ‘ccù guagnuni, cacatu si leva. Chi si corica coi lattanti, cacato si leva.

Cchjù ti chjchi cchjù must'u culu. Più ti pieghi più mostri il culo.

Fortuna e cazzi ‘nculu viatu a chi'n'ni tena. Fortuna e calci in culo beato chi ne ha.

‘Ntempu ‘e chjna ogni strunzu nata. Quando c'è la piena ogni stronzo nuota.

Piscia chjaru e va ‘nculu aru spezzialu. Piscia chiaro e vai in culo allo speziale.

Tira cchjù nu pilu all'irtu ca nu carru aru penninu. Tira di più un pelo in salita che un carro in discesa.

‘U chjuritu du culu è cchjù fortu du terramotu. Il prurito del culo è più forte del terremoto.

 

Ma questa è solo un'opinione personale ed è ora di lasciare che sia il lettore a farsi la propria idea leggendo il libro dei proverbi e terminando qui la mia fatica.

Anche perché

‘A fatiga, si fossa bbona, l'ordinassa'r'u medicu.

Il lavoro, se facesse bene, lo prescriverebbe il medico.

Franco Artese

Piacenza, dicembre 2011